Investimenti e gastronomia

13. 05. 12

Arditi parallelismi tra cultura enogastronomica e cultura finanziaria. Ovviamente ci sono molte differenze tra il buon cibo e gli investimenti finanziari, ma una cosa li differenzia certamente: secoli di cultura …

Il nostro Paese ha tradizioni millenarie che riguardano il cibo e il vino: da sempre si sono organizzati banchetti in onore di una persona importante, di una divinità, di un evento della natura. Il gusto è mutato nel corso dei secoli, si è affinato, si sono individuati cibi salutari e altri indigesti, l’ordine di servizio delle portate è addirittura cambiato. Questa evoluzione ha coinvolto tutte le classi sociali. Dal Medioevo in poi si sono stabilite regole di galateo che ancora oggi sono considerate valide, come l’uso della forchetta, l’abitudine a lavarsi le mani prima di sedersi a tavola. E sono pure cambiati gusti e abitudini relativamente ai cibi: oggi le nostre tavole vengono imbandite con paste, arrosti, zuppe, verdure. Sono mutati i gusti, la capacità di conservare i cibi, le tecniche di cottura e questo ha consentito di abbandonare l’uso delle spezie, di avere dispense riccamente fornite.

Ciò è sempre valso per tutti: dal nobile signore all’umile contadino; certo, il nobile poteva permettersi un banchetto ogni settimana mentre il contadino forse solo un paio di volte l’anno, quando tutto andava bene. Ma dal tempo passato ancora oggi continuiamo ad attingere ricette e a considerare in larga parte valide norme, regole e buon gusto.

Quindi si può parlare di una cultura enogastronomia diffusa, popolare e alla portata di tutti da almeno sette secoli.

Non altrettanto accade nel nostro Paese per quanto riguarda gli investimenti finanziari.

Anche in questo caso partiamo dal Medioevo. Con l’accentramento urbano nelle regioni centro italiane (Toscana, Umbria, Marche) e la circolazione di beni e servizi contro moneta, la rendita finanziaria garantita da titoli del debito pubblico municipale (i comuni avevano necessità di costruire onerose infrastrutture pubbliche e offrivano i gettiti dei dazi a garanzia del regolare pagamento degli interessi) era appannaggio di aristocratici, patrizi e borghesi che disponevano di riserve monetarie; per tutti gli altri il denaro era sufficiente a malapena per la sopravvivenza, in una economia di puro scambio. Spesso le autorità arrivavano a prevedere il ‘giusto guadagno’, come, ad esempio, per i fornai: ogni volta che un calo dell’offerta innescava un rialzo dei prezzi, entravano in azione le aziende municipali che provvedevano a produrre e a portare sul mercato il pane, ottenendo un riequilibrio dei prezzi (oltre ad evitare assalti di folle inferocite ed affamate a forni, granai, depositi) e un ‘giusto guadagno’ per i fornai. Ma stiamo ancora parlando degli albori del capitalismo commerciale, non certo di quello finanziario. Con il crescere del commercio internazionale fu necessaria l’introduzione delle lettere di cambio (promesse di pagamento, a distanza di tempo e in moneta diversa) e della partita doppia (annotazioni di debiti e crediti senza trasferimenti di denaro) per evitare tutti i problemi legati al trasferimento fisico del denaro (quello utilizzato per le transazioni internazionali aveva un alto valore intrinseco, essendo in metallo prezioso, oro o argento).

Nasce anche il credito al consumo, sotto forma di pegno, gestito dai Monti di Pietà Francescani e dai Banchi ebraici e prendono avvio i mutui fra privati, sotto forma di rendite perpetue garantite da immobili: tutto ciò regolato da sovrani, banchieri, curia romana.

Dobbiamo attendere il XVII secolo per vedere nascere gli investimenti finanziari. In Olanda, sotto la spinta del crescente commercio internazionale, delle assicurazioni marittime, dei cambi delle valute, dei depositi delle monete privilegiate, del credito commerciale nascono anche i primi investimenti finanziari in compagnie e società commerciali. Ovviamente questo era appannaggio di pochi, pochissimi. Ad Amsterdam affluivano da ogni parte d’Europa, tutto l’anno, compratori e venditori all’ingrosso di ogni genere di merce, il che portò alla creazione di sale di vendita permanenti (Bourses) dove i mercanti esponevano campioni delle loro merci e contrattavano qualità, luogo ed epoca di consegna, condizioni di pagamento, quantità ... In pratica la nascita della Borsa che oggi conosciamo!

Gli Olandesi svilupparono società in partecipazione azionaria e mercanti commissionari (che operavano in luoghi lontani dietro pagamento di una commissione … i nostri broker!).

Nasce il capitalismo finanziario, ma è ancora riservato a pochissime persone, molto facoltose e disposte a rischiare moltissimo. Siamo negli anni in cui fioriscono le Compagnie delle Indie di Olanda, Inghilterra e Francia, le quali si combattono sui mari a suon di cannonate per assicurarsi piantagioni e commerci. Investire in una impresa di questo genere significava incorrere in repentine variazioni del valore delle azioni e clamorosi fallimenti. Le imprese più ‘tranquille’ (mercanti, banchieri, fabbricanti), quando volevano ottenere finanziamenti, si rivolgevano ai familiari o comunque a persone che ben conoscevano, e la cosa era reciproca da parte di chi disponeva di somme da investire. Gli investimenti richiedevano competenze e aggiornamenti poiché i settori erano diversi e altrettanto diversi erano i comportamenti.

E l’Italia? Spezzettata com’era in una miriade di stati e staterelli (ognuno con monete diverse, frontiere, dazi) non ebbe un impulso commerciale internazionale come altri paesi Europei, tuttavia fiorivano i commerci locali e nascevano le prime fabbriche (qui sarebbe necessario fare delle precisazioni, magari prossimamente, comunque non erano fabbriche come noi le intendiamo oggi, ma piuttosto ‘artigiani meglio organizzati’).

 Possedere un capitale, in tutta Europa, significava avere una quantità enorme di monete d’oro e d’argento. Ma come veniva impiegato questo capitale?

- tesoro (riserva di valore)

- consumi (spesa per beni e servizi)

- prestito dietro interesse

- investimenti, in partecipazioni per la produzione e/o commercio

E chi possedeva un capitale? I grandi proprietari terrieri, nobili per la maggior parte. Oggi diremmo che la ricchezza era distribuita in modo ineguale. Le economie europee erano a basso livello di reddito pro capite e, paradossalmente, ad elevata capacità di risparmio. Inoltre il prestigio e il potere si acquisivano comprando un feudo, una chiesa, una onorificenza, una funzione pubblica. Il denaro in eccesso serviva ad accrescere in primo luogo la posizione sociale e solo in secondo luogo ad arricchire.

Senza dilungarsi troppo quindi, si può affermare l’esistenza di investimenti in Italia, nel senso che ora gli attribuiamo, in maniera popolare e diffusa solo a partire dagli anni ‘70 del XX secolo. Con l’avvento di Internet, l’home banking e la possibilità di negoziare tutto anche da casa è avvenuta la vera rivoluzione e diffusione. Quindi solo negli ultimissimi anni. Chiunque può acquistare e vendere prodotti finanziari di qualunque tipo, in qualunque Mercato, a qualunque ora. E che questo sia un bene o un male lo vedremo meglio nel corso del prossimo appuntamento di Osti e Vini, la rubrica dedicata alla consulenza finanziaria indipendente.

Prima di concludere

però, vorrei collegarmi al parallelismo fatto all’inizio di questo contributo: vorrei confrontare una cultura enogastronomica vecchia di sette secoli con una base culturale in materia di investimenti finanziari giovane di appena una quarantina d’anni. Può sorgere qualche problema? Direi di sì: problemi legati appunto ad una scarsa cultura finanziaria, a basi poco consolidate, a comportamenti che non affondano le radici nella storia. Con questo non voglio dire che tutto ciò che ci ha insegnato il passato sia da prendere per buono così com’è, ci mancherebbe! Sono però dell’opinione che la cultura di un popolo sia la fondamentale struttura su cui si basa il futuro. Anche in enogastronomia sono mutati gusti, considerazioni, abbinamenti, però ricordiamoci che la forchetta è stata inventata in Italia nel 1300 per poter mangiare meglio gli spaghetti! Secoli fa si mangiava più o meno quello che si mangia oggi! E, se ancora oggi che abbiamo affinato i nostri gusti ci sono osti che riescono ad ‘infinocchiare’ i propri clienti, figuriamoci in materia di investimenti finanziari, dove non esiste questo substrato culturale, cosa può accadere a chi affronta non consapevolmente l’argomento!