Anche se il termine gestione non è esatto, perché, lo ricordo, è sempre il cliente/investitore che esegue materialmente le operazioni e non deve affidare nessuna delega in bianco, di fatto seguo lʼinvestimento con una logica di gestione attiva. Cioè non prendo una decisione e me la dimentico; questo lo fanno già la maggior parte dei fondi comuni di investimento e delle gestioni patrimoniali. Le mie scelte sono sempre tenute sotto controllo e modificate quando necessario.
La maggior parte dei gestori dei fondi e delle gestioni patrimoniali replicano lʼandamento del mercato in cui investono,
indipendentemente dalla tendenza ed il cliente/investitore si è spesso trovato con perdite pesanti (oltre cioè quello che era disposto a perdere e definito dal profilo di rischio) senza che il gestore facesse nulla per modificare le cose, anzi molto spesso si è assistito ad incrementi delle posizioni sui massimi di quotazione e a decrementi sui minimi.
Quindi il risparmio gestito ha fallito lʼobiettivo. Perché? Le risposte possono essere molte, e non è mio compito stabilirlo: sicuramente il fatto di aver conflitto di interessi nella movimentazione del portafoglio influisce sulle sue prestazioni. Se si pensa che ogni volta che compie una operazione la banca ne trae un guadagno, che la maggior parte delle gestioni in fondi non fa altro che acquistare e vendere i fondi della propria emittente, che le reti di vendita hanno interesse a “piazzare” solo i loro prodotti… insomma basta fare due somme ed è facile comprendere che le gestioni difficilmente possono dare risultati positivi.
La consulenza al contrario è molto più economica di qualunque gestione (che non gestisce) e con risultati estremamente positivi.
I concetti di far correre i profitti e di tagliare le perdite, di diversificare gli investimenti, di oggettività nelle scelte, di approccio quantitativo non sono banali e vengono applicati costantemente. I mercati si valutano nel continuo e si apportano le correzioni quando serve. E tutto ciò sempre nellʼesclusivo interesse del cliente, che è il nostro unico committente.
Un parallelo con i promotori finanziari è utile a questo punto; il promotore, per legge, ha un unico mandante, cioè può essere remunerato solo dalla propria società mandante (di solito una Sim). Però deve anche tenere i rapporti con il cliente e cercare di non perderlo per errori commessi o per insoddisfazione sua. E deve tener presente che se vuole essere pagato, deve promuovere, deve vendere, i prodotti della sua Sim, possibilmente quelli che sono meglio remunerati in percentuale.
Si perché non tutti i prodotti venduti dalle società finanziarie hanno la stessa remunerazione per le reti di vendita. Quelli che portano maggiori vantaggi, o i più nuovi, sono retribuiti con una percentuale più alta rispetto ad altri. E queste remunerazioni chi le paga, secondo voi? Il cliente del promotore, chiaramente! Ma non le paga direttamente a lui, ma attraverso tutto il sistema banca/Sim. Anche ciò fa lievitare il prelievo dallʼinvestimento del cliente, perché il sistema è elefantiaco e si deve mantenere con le commissioni al cliente. Il problema è che tutte queste commissioni non vengono esplicitate alla clientela, che ne vede solo una parte. Per cui ci può essere lʼerrata percezione di non pagare nulla.
Riprendendo il filo del discorso sulla consulenza indipendente,
lʼoperatività è anche sulle obbligazioni, sulla liquidità, sugli etf, sugli etc, sui derivati, e anche sui fondi meritevoli. Ogni cliente viene valutato e consigliato al meglio. In alcuni casi la consulenza verte solo sulle azioni o i derivati perché così ha scelto il cliente, ma normalmente il servizio si presta su tutto il suo portafoglio, potendo così calibrare esattamente la percentuale di strumenti finanziari da utilizzare per ogni singolo caso e anche se è opportuno mantenere posizioni già detenute o no.
Il costo del servizio varia ed è difficile fare un tariffario unico. Sicuramente è inferiore ad ogni gestione, con risultati nettamente superiori. Ed è differente da ogni gestione perché il cliente è veramente seguito con costanza. La parcella si basa sull’effettivo impegno profuso per svolgere la consulenza. Alcuni esempi aiuteranno a capire meglio: per un portafoglio molto azionario sarà più elevata che per uno molto monetario, per un portafoglio con una storia pregressa molto articolata sarà più elevata che per portafogli non ancora investiti, per situazioni finanziarie molto complesse sarà più elevata che per situazioni estremamente semplici e così via.
“Non è importante quanto prendo, ma quanto rendo.”Enzo Biagi
La posizione del cliente è aggiornata tutti i giorni con il nav reale, inoltre sono evidenziati alcuni indicatori come il tasso netto di rendimento e il rendimento annuale prospettico. Nella valutazione del rendimento si tiene anche conto di eventuali versamenti o prelevamenti da parte del cliente, che vanno a influire sulla performance complessiva se non correttamente valutati. La posizione è aggiornata assumendo che tutte le operazioni indicate siano state svolte correttamente, per importi e tempistica; è poi necessario procedere al riscontro con la situazione reale del cliente, in caso di divergenze. Le operazioni consigliate, nel caso di operazioni speculative, potranno anche chiudere in perdita; non assicuro ai miei clienti il 100% di probabilità di successo, sarebbe scorretto.
La cosa importante per il cliente è che le operazioni in guadagno siano maggiori di quelle in perdita, soprattutto per gli importi. Mi spiego meglio; se ho consigliato investimenti per 10.000€ in azioni e realizzato in un anno 10 operazioni, di cui 6 in guadagno e 4 in perdita, con un totale per i guadagni di 7.000€ (70% sul capitale) e un totale per le perdite di 2.000 € (20% sul capitale), realizzando alla fine un utile di 5.000€, cioè del 50%, ho di fatto ridotto gli importi delle perdite (20% su un totale del 40% di operazioni in perdita) ad una percentuale inferiore a quella dei guadagni (70% su un totale del 60% di operazioni in utile).
Lavorare con disciplina e metodo quantitativo, nella totale indipendenza, oggettività e trasparenza, ripaga molto di più di qualsiasi gestione che replica lʼindice e che costa molto di più.
Lʼoperatività cui facevo cenno nellʼesempio precedente non è casuale. Il numero di operazioni consigliate, in caso di portafogli molto speculativi e con borse molto altalenanti può arrivare a 10 mensili, mentre il numero medio è di 1 o 2 operazioni mensili. Lʼobiettivo non è mai quello di far guadagnare la banca con i costi commissionali ma il mio cliente. Quindi anche la ricerca di banche che applichino condizioni adeguate fa parte della consulenza al cliente. Se le commissioni applicate da una banca per operazione fossero 10€ e da unʼaltra banca fossero 2€, comprenderai che a fine anno, a fronte di 20 operazioni totali avrai 200€ contro 40€ di spese per commissioni totali, che si amplifica quante più operazioni fate, e che va ad erodere il rendimento del capitale investito.
Può capitare anche di vendere un titolo e doverlo riacquistare a un prezzo maggiore dopo poco; fa parte degli errori che posso commettere ed è inutile nascondersi dietro ad un dito. In quel caso avrò sbagliato lʼinterpretazione del segnale. I mercati sono per loro natura imprevedibili e nessuno può garantire di ottenere sempre risultati positivi. Chi lo fa, chi sostiene di avere un metodo infallibile per guadagnare o non sa quel che dice (e presto se ne accorgerà dalle sue perdite) o ti sta prendendo in giro!
La filosofia di investimento che sottende tutto il mio lavoro è sempre orientata ad ottenere i risultati nel lungo periodo.
Le grandi performance nel breve sono sintomi anche di grandi rischi e di grandi tracolli in periodi altrettanto brevi. Parlando di portafogli di investimento che hanno sempre orizzonti temporali almeno di medio termine, è necessario calibrare ogni componente alla dimensione temporale. Questo non significa abbandonare gli investimenti a se stessi e ricordarsene dopo anni, tuttʼaltro. Significa però non essere eccessivamente avidi in momenti apparentemente proficui e non correre eccessivi rischi. Quindi non lʼottica del cassettista ma nemmeno quella del trarre.
Ogni volta che ricevo segnali in rialzo, li valuto e, se lo ritengo, consiglio ai clienti di acquistare, viceversa per segnali di ribasso. Sembra banale, ma è quello che non hanno fatto la maggior parte dei fondi e delle gestioni ad esempio nel 2000 (ribasso) e poi nel 2003 (rialzo) hanno mantenuto le posizioni definite in precedenza, accusando forti perdite prima e non sfruttando i guadagni successivi.
“Non cercate di acquistare ai minimi e vendere ai massimi. Ci riescono solo i bugiardi” Bernard Barnch
Investire in azioni quindi è un buon investimento?
Dipende. In generale si, a patto di seguirle e di sapere cosa fare e quando farlo. Eʼ quello che faccio, tutti i giorni. Troppo spesso si vedono persone improvvisarsi esperti finanziari, trader professionisti, operatori di Wall Street per poi pentirsene amaramente dopo poco tempo. Le statistiche ci dicono che chi agisce improvvisandosi esperto desiste entro 2-6 mesi perché i risultati sono pesantemente negativi.
La consulenza in materia di investimenti è una professione troppo delicata perché ci si possa improvvisare. Richiede anni di studio, aggiornamento continuo, dotazioni tecniche non indifferenti, pool di esperti che si consultino tra loro, applicazione, metodo e disciplina.
Insomma è una professione, non un gioco. Chi si sognerebbe di ritenersi avvocato dopo aver letto un paio di testi di diritto o di credersi architetto solo perché disegna bene? La favoletta che le azioni rendono più delle obbligazioni la raccontano ormai tutti gli pseudo consulenti; si dimenticano però di aggiungere che le azioni non seguite possono essere (e sono state) un disastro. Se il valore di una azione ha ormai perso più del 90% rispetto al prezzo di acquisto, quanto tempo ci impiegherà a tornare in utile, ammesso che ci riesca?
Quellʼazione ha reso più di una obbligazione a tasso fisso del 3% e scadenza 5 anni? Crediamo proprio di no.
Facciamo un esempio basato sui numeri: chi ha acquistato nel 2000 ai valori massimi dellʼindice Mibtel, ha raggiunto solo nel 2007 il punto di pareggio. 7 anni per tornare al punto di partenza. E questo supponendo che abbia acquistato una replica dellʼindice, altrimenti le cose possono essere ancora diverse. Peccato che quasi tutti quelli che hanno acquistato allora, abbiamo venduto nel 2001, 2002, 2003 al massimo. Perché?
Pessimi consigli delle banche, che si sono poi gettate sulle polizze index linked per ingabbiare per bene i loro clienti, bassissima propensione al rischio scambiata per elevata propensione in un momento di euforia dei mercati (leggi bolla), scarsissima professionalità dei gestori dei fondi comuni e soprattutto dei gestori patrimoniali (che dovrebbero essere pagati per seguire i mercati e non per inseguirli o replicarli).
Allora è meglio investire in obbligazioni?
Dipende. Le obbligazioni hanno reso poco in alcuni periodi storici. Ma le obbligazioni servono a contenere la volatilità di un portafoglio di investimento ben costruito e possono essere utilizzate come copertura di investimenti speculativi, che è un poʼ quello che fanno i prodotti strutturati. La differenza sta nei costi e nella flessibilità della gestione. Anche per le obbligazioni valgono, in misura ridotta, le considerazioni svolte in precedenza e cioè che, dopo averle selezionate ed acquistate, vanno tenute sotto controllo. Anche questo fa parte del mio lavoro.
La diversificazione impone di utilizzare anche obbligazioni, titoli di stato, etf, titoli esteri… è importante calibrare bene e su misura per il cliente. Diversificare in eccesso può rappresentare inutili costi e nessun beneficio, tenendo anche presente la sempre più diffusa globalizzazione dei mercati e la velocità di diffusione delle notizie. Solo 20 anni fa, una notizia impiegava alcuni giorni per fare il giro del mondo. Ora le notizie di tutto il mondo sono in tempo reale, quindi ciò che accade in Oriente o in America è immediatamente recepito e provoca una reazione anche in Italia.
“Uno dei concetti fondamentali dellʼeconomia finanziaria è quello di non tenere tutte le uova nello stesso paniere, cioè di diversificare il rischio”